mercoledì 20 aprile 2016

Arrow - Stagione 3


Titolo Originale: Arrow
Regia: Glen Winter, Wendey Stanzler, Stephen Surjik, John Behring, Michael Schultz, Peter Leto, Rob Hardy, Jesse Warn, Thor Freudenthal, Nick Copus, Dermott Downs, Gregory Smith, Dwight H. Little, Douglas Aarniokoski, Antonio Negret
Attori: Stephen Amell, Katie Cassidy, David Ramsey, Willa Holland, Paul Blackthorne, Emily Bett Rickards, John Barrowman, Colton Haynes, Manu Bennett, Caity Lotz, Brandon Routh, Karl Yune, Audrey Marie Anderson, Cynthia Addai-Robinson, Rila Fukushima, Katrina Law, Matt Nable, Grant Gustin
Genere: Avventura, Azione
Paese: USA
Anno: 2014-2015
Durata: 40 Minuti
Numero Di Episodi: 23
Trama: Oliver Queen(Stephen Amell), impegnato a proteggere Starling City sotto le vesti di Arrow, dovrà affrontare un terribile nemico che lo metterà difronte ad una difficile scelta.
Giudizio finale: La terza stagione di "Arrow", basata sull'omonima serie di fumetti targata DC Comics, rispecchia un po' le precedenti, con puntate coinvolgenti per lo spettatore, che lo spingono a seguire la storia puntata dopo puntata.Nonostante i molti registi all'opera nel corso della stagione, le puntate sono abbastanza omogenee e con un buon ritmo narrativo, capace di non far annoiare lo spettatore; inoltre i vari registi sono molto bravi a destreggiarsi nelle due linee temporali che raccontano le vicende di Arrow e che sono una caratteristica della serie fin dalla prima stagione.Stephen Amell ritorna a vestire i panni del protagonista della serie, ma come nelle stagioni precedenti la sua interpretazione risulta monoesperessiva e forse è l'unica pecca di Arrow.Così come per Stephen Amell, anche l'interpretazione di Willa Holland resta in linea con le poco convincenti interpretazioni delle stagioni precedenti.David Ramsey e Emily Bett Rickards, invece, forniscono buone prove in linea con quanto fatto in precedenza e risultano essere un valore aggiunto.Ma la prova migliore è forse quella di John Barrowman, nuovamente convincente nel proprio ruolo e capace di una grande caratterizzazione del personaggio.Tra le new entry della serie troviamo Brandon Routh e Matt Nable, autori di buone interpretazioni e di una buona caratterizzazione dei rispettivi personaggi.Comunque complessivamente tutto il cast dimostra di avere un buon affiatamento nel corso di tutta la stagione.Inoltre, durante la terza stagione troviamo diverse puntate che si intrecciano narrativamente con la prima stagione di "The Flash".
Consigliato: Si può vedere.

martedì 19 aprile 2016

The Walking Dead - Stagione 6




Titolo Originale: The Walking Dead
Regia: Greg Nicotero, Jennifer Chambers Lynch, Michael Slovis, Stephen Williams, Avi Youabian, Jeffrey F. January, David Boyd, Michael E. Satrazemis, Kari Skogland, Billy Gierhart, Alrick Riley
Attori: Andrew Lincoln, Chandler Riggs, Norman Reedus, Steven Yeun, Melissa McBride, Lauren Cohan, Danai Gurira, Sonequa Martin-Green, Alanna Masterson, Michael Cudlitz, Christian Serratos, Seth Gilliam, Lennie James, Tovah Feldshuh, Jeffrey Dean Morgan
Genere: Drammatico, Horror, Thriller
Paese: USA
Anno: 2015-2016
Durata: 40 Minuti
Numero Di Episodi: 16
Trama: Quando pensano ormai di aver raggiunto un luogo sicuro in cui restare, Rick(Andrew Lincoln) e il suo gruppo dovranno affrontare nuove minacce e nuovi nemici.
Giudizio finale: "The Walking Dead", serie ispirata all'omonimo fumetto creato da Robert Kirkman, è ormai giunta alla sesta stagione, che purtroppo ripercorre le orme delle ultime stagioni, con pochi momenti di spicco e molti momenti "morti", in cui succede poco o niente.La regia nel corso di questa stagione è piuttosto omogenea, nonostante l'avvicendamento di diversi registi nel corso degli episodi, con un ritmo piuttosto lento ma che scorre senza grandi patemi.Andrew Lincoln, Chandler Riggs, Norman Reedus, Steven Yeun e gli altri protagonisti delle precedenti stagioni tornano a vestire i panni dei propri personaggi e ancora una volta forniscono interpretazioni di buon livello, con una buona affinità scenica e con una buona caratterizzazione dei singoli personaggi.Molto significativa e di gran impatto l'entrata in scena del personaggio interpretato da Jeffrey Dean Morgan, che, a dispetto del poco tempo concessogli in questa stagione, riesce a dare una grande caratterizzazione al proprio personaggio e a creare una buona aspettativa per la nuova stagione, sperando in un cambio di rotta dopo delle stagioni non proprio entusiasmanti.
Consigliato: Inizia ad avere poco senso continuare a vedere la serie.

sabato 16 aprile 2016

Il cacciatore e la regina di ghiaccio



Ci sono due sorelle. Una delle due, dopo una delusione d'amore, decide di scappare e rifugiarsi a nord, dove affina il suo potere magico di controllo del ghiaccio. "Aspetta, aspetta, questa storia la conosciamo, è Frozen!". No, in realtà no.
Anni dopo, un gruppo di persone composto da nani e umani si mette in viaggio alla ricerca di oggetto magico, trovato il quale dovranno portarlo in un luogo ugualmente misterioso e distruggerlo. "Aspetta, aspetta, questa storia la conosciamo, è Il signore degli anelli!". No, in realtà no.
A dare la spinta decisiva alla riuscita della missione che salverà il mondo è l'amore tra due guerrieri..."Quindi è Hunger Games?". No, in realtà stiamo parlando de Il cacciatore e la regina di ghiaccio, uscito nei cinema da poche settimane, prequel, sequel, spin-off e chi più ne ha più ne metta, del film del 2012 Biancaneve e il cacciatore.
Diretto da Cedric Nicolas-Troyan e sceneggiato da Craig Mazin e Evan Spiliotopoulos, Il cacciatore e la regina di ghiaccio è un'accozzaglia di idee unite tra loro in maniera approssimativa, un calderone di scopiazzature, alcune al limite della querela, con poca sostanza e con poca originalità. Come detto è un mezzo prequel e un mezzo sequel di Biancaneve e il cacciatore, il tutto per giustificare l'assenza di Biancaneve stessa: la scelta non paga a pieno, alcune forzature sono palesemente visibili e la storia si trascina a fatica verso un finale abbastanza scontato e banale.
La regia di Cedric Nicolas-Troyan è in linea con la trama, non ha sobbalzi d'autore e nemmeno scempiaggini da cerchio rosso: il regista francese, all'esordio (dopo la collaborazione in Biancaneve e il cacciatore e in Maleficent), è da rivedere, magari alle prese con un film che abbia un'autentica spina dorsale.
Cosa resta quindi da salvare de Il cacciatore e la regina di ghiaccio? Poco, quasi niente. Gli effetti visivi, che non sfigurano ma comunque non sono da trascrivere negli annali della storia del cinema. Ed infine il cast, unica vera ragione di esistere del film, che oltre ad essere l'insieme di varie storie già raccontate in altri film è anche l'insieme di attori di caratura importante: Chris Hemsworth credibile ed ironico al punto giusto nel ruolo di Eric (il cacciatore); Charlize Theron sempre molto brava in ogni ruolo che si trova ad affrontare e la sua interpretazione della "villain" Ravenna è di enorme sostanza; Emily Blunt sorprendente per come riesce a crescere insieme al suo personaggio, dopo un'impressione iniziale di troppa poca cattiveria nell'interpretare la regina di ghiaccio; infine, Jessica Chastain, l'unica delusione del cast, più per colpa di un personaggio, quello di Sara, cucito su misura di qualcun altro e non su di lei.
Il cacciatore e la regina di ghiaccio è un film totalmente inutile, non c'è nient'altro in più da dire.

VOTO FINALE: 5-

venerdì 15 aprile 2016

Zootropolis



L'anno del cinema di animazione è stato caratterizzato, e oserei dire segnato, da quel capolavoro, degno di Oscar, Inside Out e quindi logicamente qualsiasi film d'animazione che giunge nelle sale cinematografiche deve per forza convivere con la presenza ingombrante della pellicola di produzione Pixar. Zootropolis (Zootopia il titolo orginale) si trova anch'esso ad affrontare il paragone con il migliore film di animazione degli ultimi anni, ma comunque riesce ad uscirne bene: certo siamo lontani dai livelli toccati da Inside Out, ma Zootropolis riesce bene nell'intento di intrattenenere e soprattutto è adatto ad un pubblico leggermente diverso, prevalentemente è un film d'animazione chiaramente più a misura di bambino che di adulto.
Uscito nelle sale cinematografiche italiane lo scorso 18 febbraio, Zootropolis racconta le gesta di Judy, giovane coniglietta che ha appena realizzato il suo sogno, diventare la prima coniglietta poliziotta di Zootropolis. Assegnata ad ausiliare del traffico, Judy si ritrova invece a dover affrontare, insieme a Nick, volpe che ogni giorno cerca di sbarcare il lunario con espedienti più o meno lusinghieri, il mistero della scomparsa di 14 animali di specie diversa.
Zootropolis, come ormai ogni film d'animazione degli ultimi anni, racconta in maniera molto leggera i problemi della società moderna: è un film sull'integrazione e sulla manipolazione dei cittadini da parte del governo. Come detto, è adatto più ai bambini che agli adulti proprio per la maniera in cui vengono affrontati questi temi e, soprattutto per quanto riguarda l'integrazione tra specie diverse, per il modo in cui riesce positivamente a insegnare ai più piccoli l'uguaglianza e l'amicizia.
Buon film d'animazione, non esilarante dall'inizio alla fine, ma con alcune scene da ricordare.

SCENA CULT: la scena alla motorizzazione civile con i bradipi

VOTO FINALE: 6

sabato 9 aprile 2016

Victor - La storia segreta del dott. Frankenstein


"Conoscete già a storia. La scarica del fulmine. Un genio folle. Una creazione spaventosa."
È tutto nell'incipit l'intento principale di Victor - La storia segreta del dott. Frankenstein (Victor Frankenstein il titolo originale), ennesima rivisitazione del romanzo cult di Mary Shelley, in questi giorni nelle sale cinematografiche italiane. Del racconto dell'autrice britannica ci sono state negli anni diverse re-interpretazioni, le figure del Dottor Frankenstein e della sua "creatura" sono state usate (e oserei dire abusate) più e più volte, quindi pensare di riuscire a dare vita ad un film innovativo sul tema è un'impresa assolutamente titanica. Ci riescono in parte il regista scozzese Paul McGuigan (Slevin, Push) e lo sceneggiatore statunitense Max Landis (Chronicle, American Ultra), le menti dietro la realizzazione di Victor Frankenstein: lo fanno capovolgendo il punto di vista principale della storia, affidando il racconto ad un povero clown deforme che un giorno incontra il brillante Victor Frankenstein che, dopo averlo aiutato a scappare dal circo intuendone le sue capacità, lo accoglie in casa come suo aiutante, chiamandolo Igor. I due tenteranno un'impresa quasi impossibile, spinti dall'ossessione per la scienza di Victor.
L'idea di affidare il racconto al giovane Igor risulta essere vincente, soprattutto per riuscire a distanziarsi da tutte le precedenti rappresentazioni del Frankenstein di Mary Shelley: Igor è l'alter ego dello spettatore, che si affaccia piano piano sulla scena e osserva lo svolgimento dei fatti, vivendo le stesse identiche sensazioni provate dal protagonista intepretato da Daniel Radcliffe. Perché si, Victor Frankenstein è principalmente la storia del dottore e delle sue idee innovative e folli allo stesso tempo, ma il protagonista del film è Igor, sono le sue vicende, legate a doppio filo a quelle di Victor, che vengono raccontate allo spettatore.
McGuigan si dimostra ancora una volta un regista di talento e, strizzando l'occhio a Guy Ritchie e ai suoi Sherlock Holmes, confeziona un film di buon livello, dal ritmo sostenuto e registicamente senza punti morti. La sceneggiatura di Landis, come detto, parte da una buonissima idea iniziale e riesce, specialmente nella prima parte, a svilupparsi nel migliore dei modi; ma poi ritorna il solito Landis: come in Chronicle e in American Ultra, lo sceneggiatore statunitense si perde sul più bello e l'ultima parte di Victor Frankenstein non riesce ad attestarsi sui buonissimi livelli della prima. Il personaggio del dottor Frankenstein viene poco approfondito, soprattutto nel suo malessere interiore e nelle sfaccettature della sua follia/genialità.
Il film comunque scorre molto bene, grazie, oltre che all'ottima fotografia e scenografia, alle interpretazioni di Daniel Radcliffe e James McAvoy: la contrapposizione tra i due personaggi e i due attori è la chiave di Victor Frankenstein ed entrambi riescono nell'intento di dare vita ad una coppia cinematografica di altissimo livello. Il "doppio", cinematograficamente parlando, è sempre stata la chiave di ottimi film: e qui in Victor Frankenstein non è da meno, con la contrapposizione della follia schizofrenica di McAvoy-Victor e la pacatezza brillante di Radcliffe-Igor: l'unico appunto è che forse ci si poteva spingere un po' oltre ed osare di più.
Victor Frankenstein è un modo diverso di mettere in scena il romanzo di Mary Shelley, è un film godibile e sicuramente migliore di altre opere ispirate allo stesso romanzo (I, Frankenstein su tutti). 

SCENA CULT: tutte le scene inerenti l'anatomia umana (o animale) 

FRASE CULT:
Victor: "There is no Satan. No God. Only Humanity. Only ME!" 

VOTO FINALE: 7-




sabato 2 aprile 2016

Batman v Superman: Dawn of Justice



Anche la DC Comics ha la sua "Civil War" e vede, in contemporanea, la nascita della Justice League, contraltare degli Avengers griffati Marvel. E questa è una premessa dovuta, anche per giustificare in pieno il voto finale che merita Batman v Superman: Dawn of Justice.
Il film è principalmente lo scontro tra i due supereroi della DC Comics, ma in realtà è anche lo scontro tra due "mondi" e tra due diversi modi di vedere la vita: da un lato Bruce Wayne, cupo e poco propenso ai rapporti, determinato a sconfiggere il male in ogni modo; dall'altro Clark Kent, un dio sceso sulla terra che preferisce dare la priorità ai rapporti interpersonali, senza considerarne le conseguenze. In questo scontro, si inserisce alla perfezione Lex Luthor, giovane magnate intenzionato ad approfittare dell'attrito tra i due supereroi.
Seguendo le linee guida tracciate da Christopher Nolan nella sua trilogia sull'uomo pipistrello, Zack Snyder, già al timone di regia del prequel L'uomo d'acciaio che ha dato nuova linfa al franchise di Superman, mantiene un clima cupo e dark per Batman v Superman ma purtroppo, a differenza del visionario regista inglese, non ha completamente carta bianca. Mi spiego meglio. Nolan aveva una trilogia, con un suo protagonista, Batman, ed un suo finale, e ha potuto concentrare le sue energie solamente nella creazione di questo fenomeno cinematografico, in tempi in cui i supereroi non stavano facendo sfracelli al botteghino; Snyder, invece, è stato chiamato in causa per dare vita ad un nuovo fenomeno cinematografico che faccesse capo alla DC Comics e che si scontrasse (al botteghino e nell'immaginario degli appassionati) con quello creato dalla Marvel. E ciò lo ha "costretto" a sottostare a determinate dinamiche e quindi dare vita, con questo Batman v Superman, alla Justice League più volte annunciata dai vertici della DC e della Warner: ed ecco l'inserimento, un po' avventato e troppo forzato, di Wonder Woman e un primo contatto con altri supereroi dell'universo dei fumetti DC, come Flash, Aquaman e Cyborg.
Logicamente gli effetti visivi la fanno da padrone ed insieme alla fotografia di Larry Fong e alla musiche (divine) di Hans Zimmer e Junkie XL, prende vita uno spettacolo piacevolissimo per gli occhi e le menti degli spettatori, comunque sempre attirati dalle vicende raccontate dalla pellicola.
Il problema maggiore però è che Batman v Superman pecca in leggerezza: è tutto troppo dark, tutto troppo tremendamente "pesante". Il film si prende troppo sul serio e la differenza maggiore con gli altri film di supereroi sfornati dalla Marvel è tutta in questo piccolo particolare: a volte bisognerebbe anche puntare sulla leggerezza e la speranza è che la Warner e la DC Comics prendano nota per le loro pellicole future, su tutte Suicide Squad e quello sulla Justice League.
La regia di Snyder, ancorata alle scelte di sceneggiatura dei vertici della casa di produzione e di David S. Goyer, risulta comunque molto asciutta e soddisfacente, riuscendo a reggere anche nei momenti in cui è proprio la trama a fare acqua e a forzare la mano su alcuni accadimenti.
Batman v Superman: Dawn of Justice segna il debutto come nuovo Batman di Ben Affleck, già protagonista del flop del 2003 Daredevil: nonostante l'ondata di critiche che si tirò addosso all'annuncio del suo ruolo, Affleck in realtà risulta molto credibile come Bruce Wayne, diverso (e anche più invecchiato) da quello interpretato da Christian Bale nella trilogia di Nolan, ma comunque abbastanza inserito e centrato rispetto alla nuova dimensione data all'uomo pipistrello. La sua interpretazione è incisiva, magari leggermente compassata, ma assolutamente in linea con il personaggio. Se il resto del cast si muove molto bene e ha pochissime indecisioni, a sorprendere è Jesse Eisenberg e la sua interpretazione di Lex Luthor: fenomenale. Finalmente una prova super di Eisenberg e che "rompe" totalmente con i personaggi interpretati in passato dall'attore: cimentarsi in un ruolo complicato come quello di Lex Luthor ed uscirne indenne e rafforzato significa essere riuscito a sfoderare una grande prova.
Logicamente Batman v Superman resta un film da vedere ma ha troppi input narrativi per riuscire a fare completamente breccia nel cuore degli spettatori e per crearsi una propria dimensione. Meditare gente, meditare: magari forzare meno la mano per creare un proprio franchise avrebbe dato maggior linfa al film. 

SCENA CULT: il combattimento tra Batman e Superman 

MONOLOGO CULT:
Lex Luthor: "And now, you will fly to him, and you will battle him to the death. Black and blue. Fight night. The greatest gladiator match in the history of the world. God versus man. Day versus night! Son of Krypton versus Bat of Gotham!" 

VOTO FINALE: 6,5

giovedì 31 marzo 2016

Perfetti sconosciuti



Questo è un periodo storico, per la scena cinematografica italiana, in cui stiamo assistendo al rilancio della commedia corale fatta bene e che non travalica il limite della volgarità. Questo grazie anche ad attori, registi e sceneggiatori di buonissimo livello, molto bravi a saper rappresentare nel migliore dei modi situazioni di diverso stampo. Perfetti sconosciuti ne è un'ulteriore prova.
Diretto e sceneggiato da Paolo Genovese e con un cast di attori di primissimo livello composto da Giuseppe Battiston, Anna Foglietta, Marco Giallini, Edoardo Leo, Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher e Kasia Smutniak, Perfetti sconosciuti è uscito nelle sale cinematografiche lo scorso 11 febbraio, dopo un battage mediatico prorompente. E anche se non al livello di alcuni dei capolavori italiani degli ultimi 2-3 anni, è un film bel riuscito e che riesce a svolgere molto bene il suo compito: intrattenere.
I sette attori sopracitati compongono un gruppo di amici (3 coppie e un single) che si ritrovano a cena a casa di Eva (Kasia Smutniak) e Peppe (Marco Giallini). Nel bel mezzo della cena Eva convince tutti i suoi amici a fare un gioco: mettere al centro del tavolo tutti i cellulari e condividere tutte le comunicazioni che i 7 riceveranno nel corso della serata. Il gioco, ben presto, si dimostra un'arma a doppio taglio per tutti i partecipanti, tra segreti più o meno imbarazzanti e rivelazioni sorprendenti.
Perfetti sconosciuti si regge sulla capacità degli attori di riuscire ad interagire alla perfezione tra loro e ad immedesimarsi perfettamente in una sceneggiatura, quella scritta da Genovese insieme a Filippo Bologna, Paolo Costella, Paola Mammini e Rolando Ravello, che riesce a far emergere benissimo gli incastri e le varie sfaccettature narrative che vengono fuori man mano che si svelano gli altarini dei vari commensali. Il film intrattiene alla grande e alcune trovate stilistiche e di sceneggiatura sono da antologia; l'ultima parte pecca un po' sotto il profilo del divertimento, ma si riprende con un finale sorprendente e disincantato. La regia di Genovese è molto attenta ai particolari e dinamica, fatta di tecnicismi ben riusciti e soprattutto mai noiosa, nonostante gran parte di Perfetti sconosciuti è girato intorno ad un tavolo, durante la cena.
Perfetti sconosciuti è un film carino, che racconta bene le dinamiche di coppia nell'era dei cellulari, ormai veri e propri database della vita delle persone, e non si fa problemi ad affrontare, col sorriso, la fragilità dei rapporti nel momento in cui si decide di condividere i propri piccoli segreti. 

SCENA CULT: lo scambio di cellulari tra Lele e Peppe 

DIALOGO CULT:
Cosimo: "Ma questo t'ha scritto 'Ho voglia di scopare'!!"
Peppe: "Tante volte può essere il T9 eh" 

VOTO FINALE: 6,5

venerdì 18 marzo 2016

Point Break



I remake scottano. Da sempre. Decidere di fare il remake di un film che a suo tempo riscosse un enorme successo di critica e pubblico ed è considerato un cult per intere generazioni di cinefili, significa intraprendere un viaggio impervio.  Sprezzante del pericolo, la casa di produzione Alcon Entertainment, in collaborazione con la Warner Bros., ha deciso di dare vita al remake di Point Break, film del 1991 che diede vita alla carriera di successo come regista di Kathryn Bigelow e che ha influenzato enormemente la cultura di massa del periodo (e anche degli anni a venire).
Il risultato è stato, cinematograficamente parlando (ma anche al botteghino), un fiasco totale: Point Break è un film assolutamente mediocre, lontano parente del capolavoro del 1991 e un’accozzaglia di bellissime immagini di sport estremi tenute però insieme da una trama a dir poco raccapricciante e al limite dell’inesistente.
Al centro del film le due figure di Johnny Utah e Bodhi: il primo ex atleta di sport estremi e ora agente dell’FBI sulle tracce di un gruppo di atleti di sport estremi che compiono spettacolari rapine; il secondo a capo di questo gruppo, che oltre alla serie di rapine sta tentando la scalata verso “l’illuminazione spirituale” portando a compimento le otto prove di Ozaki. Johnny dovrà infiltrarsi nel gruppo ed entrare a stretto contatto con Bodhi.
Diretto da Ericson Core e sceneggiato da Kurt Wimmer, Point Break è la cronaca di un fiasco annunciato, sia nel confronto con la pellicola originale (da cui è molto liberamente tratto), sia come film in sé. Non bastano una serie di immagini di altissima qualità per dare vita ad un capolavoro (o comunque ad un film accettabile), se poi non si riesce a tenerle insieme grazie ad una trama solida, accattivante e soprattutto sensata. Come detto, Point Break è solo questo: video girati benissimo (e qui vanno i complimenti all’Ericson Core direttore della fotografia) di scene mozzafiato che però restano fini a sé stesse, tenute insieme da una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti e che vorrebbe richiamare il film della Bigelow del 1991 con scarsissimi risultati.
Il Core regista compie delle scelte a dir poco azzardate e non riesce a sollevare il film dal piattume generale che la storia in sé si porta dietro sin dalla nascita: della bella sceneggiatura firmata Peter Iliff del Point Break originale resta solamente l’idea di fondo, coniugata in maniera strampalata e totalmente distaccata dalla realtà in questo remake uscito nelle sale cinematografiche mondiali a cavallo tra il 2015 e il 2016.
Altra nota dolente è il cast: Edgar Ramirez e Luke Bracey, rispettivamente Bodhi e Utah, sono totalmente inadeguati nelle parti e mai realmente incisivi e qui, onestamente, fare il confronto con il compianto Patrick Swayze e Keanu Reeves sarebbe una cattiveria bella e buona, visto che la differenza di carisma (anche dei personaggi stessi) è tremendamente accentuata. Bodhi e Utah del primo Point Break sono due personaggi che rimarranno impressi nella storia del cinema; Bodhi e Utah di questo remake finiranno, fortunatamente, nel dimenticatoio. Il resto del cast si attesta sul piattume generale della storia e anche la bellissima Teresa Palmer non contribuisce a rendere il suo personaggio adeguato e accattivante al punto giusto.
In un’era in cui video di prodezze e di sport estremi possono trovarsi tranquillamente su Youtube, fare un film del genere, senza sostanza, è totalmente inutile ed è uno spreco di tempo e soldi: per chi lo realizza e per chi lo vede. 

SCENA CULT: la traversata in motocross 

DIALOGO CULT:
Bodhi: "We have to give more than we take. There's a few billion dollars up there."
Utah: "You're going to steal it?"
Bodhi: "No, we're going to give it back." 

VOTO FINALE: 4,5

mercoledì 16 marzo 2016

Loro chi?



Il cinema italiano che piace e mette d'accordo tutti è anche e soprattutto questo: commedie di buonissimo livello che compiono a pieno il proprio compito, ovvero quello di intrattenere e strappare più di una risata senza ricorrere a volgarità. Loro chi?, film uscito lo scorso novembre, può tranquillamente rientrare in questa sfera.
Al centro della storia c'è David, 36enne che si ritrova senza lavoro, senza soldi, senza fidanzata e senza casa dopo esser rimasto vittima di una truffa architettata da un certo Marcello, abilissimo truffatore. Il suo scopo, a questo punto, è quello di ritrovare Marcello e farsi restituire i soldi.
Strizzando l'occhio a commedie americane di genere come Now you see me e in parte anche Focus, Loro chi? riesce a mantenersi su buoni livelli per tutta la durata del film anche se non raggiunge le "vette" toccate da due piccoli capolavori nostrani degli ultimi anni, Smetto quando voglio e Noi e la Giulia. Ma va bene ugualmente, Loro chi? scorre piacevolmente e riesce a non annoiare lo spettatore, grazie anche ad un buon ritmo e alla bravura di Edoardo Leo (che ultimamente non sta sbagliando un film) e Marco Giallini, autentici mattatori della pellicola. Non solo le loro singole interpretazioni sono senza sbavature, ma funzionano benissimo anche in coppia, con un feeling che rasenta il limite della perfezione.
La regia del duo Francesco Miccichè - Fabio Bonifacci, quest'ultimo anche sceneggiatore del film, è asciutta e senza fronzoli, sfruttando anche una sceneggiatura molto scoppiettante e accattivante, senza buchi narrativi e sempre molto incisiva.
Loro chi? è un buon film, rilassante e divertente; il lavoro è buono e la speranza è che questo primo lavoro della coppia Miccichè-Bonifacci sia l'inizio di una grande e fruttuosa collaborazione.

SCENA CULT: le finte riprese in Puglia

VOTO FINALE: 6+

sabato 12 marzo 2016

The gift - Regali da uno sconosciuto

Il passato in qualche modo ritorna e può incidere in maniera negativa sulla tua esistenza. Soprattutto se questo passato si porta dietro degli episodi non chiarissimi e dei segreti che sembravano ormai seppelliti dal tempo.
Simon Callum si è appena trasferito con sua moglie Robyn da Chicago in un sobborgo di Los Angeles. Imbattuttosi per caso in suo vecchio compagno di liceo, Gordon "Gordo" Mosley, inizia a ricevere dallo stesso una serie di regali che a poco a poco turbano la coppia. Quando la presenza di Gordon inizia a farsi troppo ingombrante, Simon gli suggerisce di tenersi alla larga dalla sua famiglia. Da quel momento, tirando fuori degli scheletri dall'armadio del passato di Simon, Gordon inizia a tormentare psicologicamente i Callum.
Esordio alla regia onestamente un po' anonimo da parte di Joel Edgerton, che in The gift - Regali da uno sconosciuto cura anche la sceneggiatura oltre ad essere tra gli interpreti principali del film; l'attore-regista-sceneggiatore di origini australiane, autore in passato di prove assolutamente di livello, non riesce a tirare fuori una storia accattivante che riesca nell'intento di tenere sempre sull'attenti lo spettatore e soprattutto che riesca a tenere alto il livello di tensione con trovate innovative per rendere la trama di The gift - Regali da uno sconosciuto sorprendente e non scontata.
Il film basa tutto il suo impianto stilistico sul segreto proveniente dal passato di Simon e Gordon, ma per la maggior parte del tempo la storia, e la regia di Edgerton, sono molto piatti, riprendendosi solamente nel finale con trovate totalmente azzeccate per un thriller. Thriller che in realtà, come detto, riesce ad incidere poco sotto l'aspetto della tensione psicologica: The gift - Regali da uno sconosciuto non compie appieno il suo dovere, anche a causa di prove pressoché anonime dei sue tre interpreti principali, con Jason Bateman molto compassato, Rebecca Hall poco espressiva e Joel Edgerton da rivedere.
Peccato, soprattutto perché bastava poco per rendere The gift - Regali da uno sconosciuto un film accettabile e un thriller innovativo.

FRASE CULT: "It's all in the eyes, you see. You see what happens when you poison other people's mind with ideas?"

VOTO FINALE: 5

venerdì 11 marzo 2016

Legend



Londra, fine anni ’50. In una città in cui le attività criminali non sono ancora su larga scala, a farsi strada sono due gemelli dell’East End londinese: Reginald e Ronald Kray.  Il primo, elegante e con un gran fiuto per gli affari, sposa la giovane Frances Shea, sorella del suo autista, che tenta in ogni modo di portarlo sulla buona strada. Il problema di Reginald, però, è proprio suo fratello gemello Ronald, sanguinario e schizofrenico.
Tratto dal libro “The Profession of Violence: The Rise and Fall of the Kray Twins” scritto nel 1972 da John Pearson, Legend racconta l’ascesa e la caduta dei due gemelli Kray, con i toni dark che un film del genere merita, miscelando però anche dramma e commedia. Ed è proprio questa difficile collocazione che fa perdere l’identità al film: dovrebbe essere un crime-drama, come anche la voce fuori campo di Frances in veste di narratrice fa intendere, a volte però si tramuta in commedia, utilizzando molti elementi che ricordano il cinema violento con ironia di Guy Ritchie; resta nel limbo, e ciò penalizza tutta la pellicola.
Brian Helgeland è regista e sceneggiatore di Legend: entrambe, regia e sceneggiatura, risentono in negativo di questo connubio di generi e di questa indecisione sul registro da seguire. La trama del film è molto buona nella prima parte ma diventa noiosa e molto compassata nella seconda, condizionando di conseguenza il ritmo che inizialmente è molto alto e che poi si affievolisce in vista del traguardo finale. E considerando che Legend è tutto fuorché un film innovativo, il rischio di “perdere” lo spettatore durante i 131 minuti di durata è molto alto.
A risaltare più di tutti in Legend sono gli effetti speciali di Bernard Newton e tutto il lavoro di postproduzione: i gemelli Kray sono entrambi interpretati da Tom Hardy e in tre quarti buoni del film entrambi sono presenti sulla scena. Rendere credibili tutte queste scene, e soprattutto le due in cui Reggie e Ronald vengono alle mani, non è stato un lavoro facile, quindi è un aspetto da sottolineare.
Come detto, il protagonista (o i protagonisti) assoluto è Tom Hardy: anche qui mette in mostra tutte le sue capacità, risultando però più credibile nella versione di Reginald Kray che in quella di Ronald Kray, a volte interpretato quasi al limite dello “scimmiottamento”, esagerando un po’ troppo in alcune scene. Nella norma, tendente all’anonima, la prova di Emily Browning: a parte il buon feeling con Hardy, la sua interpretazione della giovane Frances non è da ricordare.
In sintesi, Legend è un film di difficile collocazione, che da l’impressione di non aver saputo sfruttare a pieno le opportunità che una storia come quella dei Kray poteva concedere. 

SCENA CULT: l'omicidio commesso da Ronald

DIALOGO CULT:
Ronald Kray: "Why would you do that?"
Reggie Kray: "Because I can't kill you! No matter how much I fucking want to!" 

VOTO FINALE: 6-

martedì 8 marzo 2016

Spy










Titolo Originale: Spy
Regia: Paul Feig
Attori: Melissa McCarthy, Jude Law, Miranda Hart, Rose Byrne, Jason Statham, Morena Baccarin, Allison Janney, Bobby Cannavale
Genere: Azione, Commedia
Paese: USA
Anno: 2015
Durata: 119 Minuti
Trama: Susan Cooper(Melissa McCarthy), un'analista della CIA, decide di andare sotto copertura per sventare la vendita di un ordigno nucleare.
Giudizio finale: "Spy" è scritto e diretto da Paul Feig.La storia proposta sicuramente non brilla di certo per originalità ed è anche abbastanza scontata nello svolgimento, ma per passare un paio d'ore nel più totale svago va più che bene.Per quanto riguarda la regia, Paul Feig riesce a dare un buon ritmo al film, che risulta leggero e si lascia vedere, riuscendo a intrattenere lo spettatore per le due ore di durata.Protagonista indiscussa del film è Melissa McCarthy, molto brava a tenere la scena per l'intera pellicola e capace di dare una buona caratterizzazione al suo personaggio, anche se a volte risulta troppo esagerata e poco credibile.L'attrice statunitense è ben supportata da un ottimo cast, tra cui troviamo Jude Law e Rose Byrne, autori di discrete interpretazioni, con un buon affiatamento per l'intero film.Ma non dimentichiamoci di Jason Statham, autore di una caratterizzazione eccessiva, ma che alla fine è semplicemente ben riuscita ed è il valore aggiunto del film.
Consigliato: Si può vedere.

lunedì 7 marzo 2016

Gods of Egypt



Un film stroncato ancor prima di arrivare in sala. La classica mossa del "sentito dire" che contraddistingue molti critici cinematografici che bollano come disastroso e scadente un film senza, a volte, averlo visto o almeno "studiato" nella sua totalità. Alex Proyas, regista di Gods of Egypt, uscito nelle sale a fine febbraio, che si è scagliato in maniera netta contro tutti quei critici che hanno stroncato il suo film in modo banale, non avrà tirato fuori un capolavoro ma, onestamente, neanche un film da buttare. Gods of Egypt è un film d'avventura, con aspetti fantasy inseriti in un contesto storico ben definito, l'antico Egitto: gli storici ed i critici, proprio per quest'ultimo aspetto, hanno storto il naso, ma comunque bisogna sottolineare il fatto che è pur sempre un film fantasy e non un film storico.
Detto ciò, passiamo al film: quando il dio Osiride decide di lasciare il regno (l'Egitto) nelle mani del suo unico figlio Horus, attira le ire del fratello Set che, accecato dalla rabbia, decide di uccidere Osiride ed accecare l'erede legittimo, auto proclamandosi sovrano assoluto dell'Egitto e riducendo il popolo in schiavitù. Un anno dopo, il giovane ladro Bek decide di aiutare Horus a riprendersi il potere perduto, per poter così liberare l'Egitto e salvare la sua amata Zaya.
Mortali e dei che convivono insieme, con questi ultimi dotati di poteri sovrannaturali: se Gods of Egypt fosse stato concepito come un film storico, la risata sarebbe sorta spontanea. In realtà, come detto, si tratta di un film di avventura, che intrattiene anche abbastanza bene e non si prende mai tremendamente sul serio: cos'altro bisogna ricercare in un film del genere? Resta il fatto che non sia un capolavoro, soprattutto perché in fin dei conti la trama è un po' scontata, ma comunque mai noiosa, e gli effetti speciali, su cui si basa gran parte del film, sono da rivedere. Anzi, diciamo pure che effettivamente sono totalmente scadenti. Per il resto, la regia di Proyas non ha sobbalzi d'autore ma comunque si limita a seguire le vicende di Horus e Bek senza perdere tempo in tecnicismi troppo spinti; i dialoghi sono da rivedere, a volte sono totalmente banali, altre volte accattivanti, così come alcune trovate sceniche. Il cast non si distingue chissà per quali acuti, ma è ben amalgamato e convincente.
Non ho capito bene tutto questo linciaggio mediatico a Gods of Egypt: forse qualcuno ha la memoria breve e non ricorda che questo film, sotto il profilo dell'avventura e dell'intrattenimento, è migliore di tanti altri, tra cui (per citare uno degli ultimi) Hercules - La leggenda ha inizio, quello si realmente scadente. Onestamente, dal mio punto di vista non mi sento di stroncare Gods of Egypt.

SCENA CULT: l'enigma della Sfinge

DIALOGO CULT:
Bek:"We should run."
Horus:"Run?"
Bek:"We mortals do it all the time!"

VOTO FINALE: 6

domenica 6 marzo 2016

Attacco al potere 2 - London has fallen




Niente da fare. Tre anni dopo Attacco al potere - Olympus has fallen, è uscito nei cinema internazionali il sequel,  Attacco al potere 2 - London has fallen, e la situazione non è migliorata affatto. Il cambio in regia, si è passati da Antoine Fuqua al semi sconosciuto Babak Najafi, non è servito a dare una sterzata e una parvenza di serietà ad un film che purtroppo ricade negli errori del passato e resta, anche in questa circostanza, un action movie legato indossolubilmente alla figura di Gerard Butler-Mike Banning, sempre più il Rambo di questi giorni; e neanche aver spostato l'azione dalla Casa Bianca a Londra, nonostante la spettacolarità di alcune scene e il fascino della capitale inglese, ha inciso nella buona riuscita della pellicola.
Questa volta, a differenza del primo "episodio", la minaccia arriva da un trafficante d'armi islamico, che per vendicare la morte della figlia, mette in piedi un piano sanguinario in vista dei funerali di stato del Primo Ministro britannico. Con Londra sotto attacco e con i maggiori leader mondiali colpiti, toccherà a Mike Banning dover salvare nuovamente il presidente Asher e fermare la furia omicida dei terroristi.
Il successo inaspettato di pubblico del primo Attacco al potere ha dato in là alla realizzazione di Attacco al potere 2 - London has fallen, che però rimane troppo ancorato alle caratteristiche del primo film: come detto, è ancora un Gerard Butler contro tutti. E questo non è per forza un male, considerato che Butler è stato molto bravo a ritagliarsi addosso il personaggio dell'uomo indistruttibile e riesce ad essere molto credibile nelle sue interpretazioni. Il problema però è che la trama è piena zeppa di non-sense e totalmente banale e scontata, poco credibile nel suo insieme e troppo patriottica. La regia di Najafi è sicuramente da rivedere, nonostante abbia un buon ritmo e si affidi alle abilità di Butler come protagonista: il suo esordio ad Hollywood non è da buttare completamente, però sarebbe opportuno vederlo alle prese con un film complessivamente meno scadente di questo.
Attacco al potere 2 - London has fallen lascia in eredità solamente delle spettacolari scene di Londra (e degli attacchi) e una buona realizzazione delle scene riguardanti i combattimenti tra Gerard Butler ed i terroristi islamici; il resto, onestamente, è da buttare. 

SCENA CULT: le esplosioni a Londra 

FRASE CULT: "Well, you should've brought more men." 

VOTO FINALE: 5

sabato 5 marzo 2016

Room



La sorpresa dell'anno. Anzi, le sorprese dell'anno. Ma partiamo dal film.
Room è l'adattamento cinematografico di "Stanza, letto, armadio, specchio", romanzo del 2010 di Emma Donoghue, liberamente ispirato dalla vera storia del "Caso Fritzl", che nel 2008 sconvolse l'opinione pubblica austriaca e mondiale.
Sceneggiato dalla stessa scrittrice irlandese (naturalizzata canadese), Room segue le linee guida del libro: la storia è raccontata dal punto di vista di Jack, un bambino di cinque anni tenuto prigioniero, sin dalla nascita, in una piccola stanza con la madre. Tutto il suo mondo è tra quelle quattro mura, ma al compimento del quinto anno di età, la madre decide che è ormai grande abbastanza per progettare e tentare la fuga.
Essere in grado di sfornare un film di questo genere nonostante la delicatezza del tema affrontato e la lentezza della storia: Lenny Abrahamson, candidato all'Oscar come miglior regista (ma purtroppo non vincente), sorprende tutti, grazie ad una regia sapiente e attenta ad ogni piccolo particolare che possa dare potenza ad un dramma emotivo non indifferente. Room cattura la spettatore in ogni singolo momento e lo tiene aggrappato alla storia di Jack e Joy, seguendone tutti i loro "sbalzi" emotivi: paura, speranza, disincanto, gioia, tensione, Room è un'altalena di emozioni cavalcata seguendo le musiche, perfette, di Stephen Rennicks, sempre centrate e centrali nei vari passaggi della storia.
Detto della sceneggiatura pressoché impeccabile della Donoghue, che riesce a rendere il film addirittura migliore del libro, da sottolineare vi è la fotografia curata da Danny Cohen: il DOP inglese è molto bravo a dare i toni giusti alla storia, tracciando perfettamente la linea di distinzione tra il "dentro" e il "fuori" la stanza, tra la prima parte e la seconda parte del film.
Parti trattate in maniera perfetta da Abrahamson: in entrambe le situazioni il regista irlandese da prova di grandi capacità, riuscendo a mantenere tecnica, e allo stesso tempo pulita, la sua regia e continuando ad affidarsi ciecamente ai suoi attori protagonisti: Brie Larson è sorprendente, la bravura e la preparazione che mette nell'intepretare la giovane (ma logorata dai 7 anni di progionia) Joy sono da incorniciare e la vittoria del premio Oscar come miglior attrice protagonista è la ciliegina sulla torta di una prova sempre sopra le righe; un'altra sopresa, assoluta, è l'attore canadese Jacob Tremblay, che grazie alla sua interpretazione del piccolo Jack ha sorpreso e attirato le attenzioni di tutta Hollywood. Room vive nelle interazioni tra i due, nelle loro emozioni, nei loro sentimenti e grazie ai loro dialoghi: e la forza di questo film è da attribuire anche ai due interpreti principali.
Room è una gran bella sorpresa, di quelle che ti prendono di petto e che sono difficili da dimenticare.
 
SCENA CULT: la fuga

MONOLOGO CULT: "I've been in the world 37 hours. I've seen pancakes, and stairs, and birds, and windows, and hundreds of cars. And clouds, and police, and doctors, and grandma and grandpa. But Ma says they don't live together in the hammock house anymore. Grandma lives there with her friend Leo now. And Grandpa lives far away. I've seen persons with different faces, and bigness, and smells, talking all together. The world's like all TV planets on at the same time, so I don't know which way to look and listen. There's doors and... more doors. And behind all the doors, there's another inside, and another outside. And things happen, happen, HAPPENING. It never stops. Plus, the world's always changing brightness, and hotness. And there's invisible germs floating everywhere. When I was small, I only knew small things. But now I'm five, I know EVERYTHING!"

VOTO FINALE: 7,5

venerdì 4 marzo 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot



Finalmente un supereroe italiano! Finalmente un film italiano fatto con i fiocchi e perfetto sotto tutti i punti di vista. Alla faccia di tutti i critici e di chi decide di dare giudizi prima ancora che un film esca in sala, basandosi su preconcetti sbagliati e su linee di pensiero totalmente inconcepibili e da "ignoranti", cinematograficamente parlando.
Lo chiamavano Jeeg Robot è al cinema da una settimana e in questa settimana ha riscosso critiche positive sia dagli addetti ai lavori che dagli spettatori: un successo tutt'altro che scontato e annunciato. Merito di Gabriele Mainetti, al primo lungometraggio come regista, alla sceneggiatura curata da Nicola Guaglianone e Menotti e da un cast di attori fenomenale.
Il protagonista è Claudio Santamaria: è lui a dare viso, corpo e carattere a Enzo Ceccotti, ladruncolo di Tor Bella Monaca che si risveglia dotato di forza e resistenza sovraumane, dopo essere entrato a contatto con delle sostanze radioattive. In una Roma presa di mira da alcuni attentati, Enzo inizia ad usare i suoi poteri per fare soldi, entrando sempre più in intimità con la vicina di casa Alessia, fissata con la serie animata Jeeg Robot, e scontrandosi con "Lo zingaro", piccolo pesce di quartiere che tenta di farsi strada nella criminalità organizzata.
Lo chiamavano Jeeg Robot è il film italiano dell'anno, senza alcun dubbio. Mainetti da prova di enormi capacità, riuscendo a mixare nella maniera migliore possibile intrattenimento e drammaticità, dando vita ad un supereroe dark che allo stesso tempo fa breccia nei cuori degli spettatori.
La sceneggiatura del duo Guaglianone-Menotti è un piccolo capolavoro: la storia va dritta al punto senza fronzoli, ha delle trovate geniali e soprattutto riesce a tenere sempre alta l'attenzione; la fotografia di Michele D'Attanasio è totolmente in linea con la trama e strizza l'occhio a molti film indipendenti statunitensi.
Il resto lo fa il cast, capitanato da un Santamaria come sempre all'altezza. Ma le vere sorprese sono Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli: assolutamenti stupefacenti nelle loro interpretazioni.
Complimenti a tutti, Lo chiamavano Jeeg Robot può essere un punto di partenza importante per Mainetti ma soprattutto è la più alta espressione del cinema italiano degli ultimi anni. 

SCENA CULT: la rapina al bancomat 

VOTO FINALE: 7+

giovedì 3 marzo 2016

The Danish Girl










Titolo Originale: The Danish Girl
Regia: Tom Hooper
Attori: Eddie Redmayne, Alicia Vikander, Amber Heard, Ben Whishaw, Matthias Schoenaerts, Sebastian Koch
Genere: Biografico, Drammatico
Paese: Belgio, Danimarca, Germania, Regno Unito, USA
Anno: 2015
Durata: 119 Minuti
Trama: Negli anni venti, la vita di Gerda Wegener(Alicia Vikander) e di suo marito Einar Wegener(Eddie Redmayne) cambia radicalmente quando quest'ultimo inizia a impersonare sempre più spesso il ruolo di Lili Elbe, fino ad arrivare a sottoporsi ad un'operazione per cambiare sesso. 
Giudizio finale: "The Danish Girl", basato sul romanzo di David Ebershoff "La Danese", è diretto da Tom Hooper, mentre la sceneggiatura è opera di Lucinda Coxon.Con una tematica non proprio semplice, Lucinda Coxon riesce comunque a tirare fuori una buona storia, capace di coinvolgere lo spettatore alla storia, sebbene un ritmo piuttosto lento, ma che procede senza grossi cali.Questo è possibile anche grazie alla buona regia di Tom Hooper, ricca di primi piani, ma che riesce a non appesantire più del dovuto una storia non semplice; in più il regista si avvale di una buona colonna sonora, che accompagna lo spettatore nella visione del film e che viene utilizzata sempre nei momenti giusti.Eddie Redmayne e Alicia Vikander, sono i protagonisti della pellicola e sono in grado di reggere l'intero film con le proprie interpretazioni; infatti entrambi danno una strepitosa caratterizzazione dei singoli personaggi, ma sono anche capaci di una buona affinità per l'intera durata del film.A dimostrazione di questo, i due attori sono stati candidati nell'ultima cerimonia dei Premi Oscar nella categoria di Miglior Attore Protagonista e in quella di Miglior Attrice non Protagonista, con Alicia Vikander capace di portarsi a casa la statuetta per la propria interpretazione.Invece, gli altri membri del cast come Amber Heard e Matthias Schoenaerts si limitano a ruoli di contorno e si limitano a supportare i due protagonisti.Non dimentichiamo che il film è stato candidato anche per la Miglior Scenografia e per i Migliori Costumi.Sicuramente l'ottima scenografia da un tocco in più al risultato finale della pellicola; mentre i costumi sono solamente perfetti e azzeccati pienamente.
Consigliato: Sì, da vedere.