domenica 24 gennaio 2016
Steve Jobs
Titolo Originale: Steve Jobs
Regia: Danny Boyle
Attori: Michael Fassbender, Kate Winslet, Seth Rogen, Jeff Daniels, Michael Stuhlbarg, Katherine Waterston, Perla Haney-Jardine, Sarah Snook, Adam Shapiro
Genere: Biografico, Drammatico
Paese: Regno Unito, USA
Anno: 2015
Durata: 122 Minuti
Trama: La storia ci porta nel backstage e pochi minuti prima il lancio di tre prodotti emblematici per la carriera di Steve Jobs(Michael Fassbender); nel 1984 per il lancio del Macintosh 128K, nel 1988 per il NeXT Computer e nel 1998 per l'iMac.
Giudizio finale: "Steve Jobs" è basato sulla biografia Steve Jobs scritta da Walter Isaacson ed è il secondo lungometraggio, dopo Jobs del 2013, dedicato al fondatore della Apple.La pellicola è diretta da Danny Boyle, mentre la sceneggiatura è opera di Aaron Sorkin.La regia di Danny Boyle è molto discreta, in quanto lascia ampio spazio e libertà di movimento ai suoi attori protagonisti, molto bravi a sorreggere l'intero film; mentre è un po' deludente la sceneggiatura di Aaron Sorkin, a causa di una storia poco coinvolgente e intrigante per lo spettatore.Star indiscussa del film è Michael Fassbender, autore di una interpretazione molto valida e ben supportato da Kate Winslet, anch'essa autrice di una prova di grande spessore; inoltre i due attori sono molto bravi, come detto in precedenza, a tenere sulle proprie spalle l'intero peso della pellicola e a mantenere un buon feeling per le due ore di durata del film.Non passano inosservate neanche le interpretazioni di Seth Rogen e Jeff Daniels, che, a discapito di ruoli secondari, si difendono bene e offrono interpretazioni più che positive e ben amalgamate con i protagonisti del film.
Consigliato: Si può anche non guardare.
sabato 23 gennaio 2016
Il Racconto Dei Racconti - Tale Of Tales
Titolo Originale: Il Racconto Dei Racconti
Regia: Matteo Garrone
Attori: Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones, John C. Reilly, Shirley Henderson, Hayley Carmichael, Bebe Cave, Stacy Martin, Christian Lees, Jonah Lees, Alba Rohrwacher, Massimo Ceccherini
Genere: Drammatico, Fantasy
Paese: Francia, Italia, Regno Unito
Anno: 2015
Durata: 125 Minuti
Trama: C'erano una volta tre regni confinanti; in uno di essi regnava un re libertino, in un altro la regina era ossessionata dall'avere un figlio e nell'ultimo il re diede in sposa la propria figlia ad un orribile orco.
Giudizio finale: "Il Racconto Dei Racconti - Tale Of Tales", è basato sulla raccolta di favole Lo Cunto De Li Cunti di Giambattista Basile scritta nel 1600 ed è diretto da Matteo Garrone, autore anche della sceneggiatura insieme a Edoardo Albinati, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso.Il film è una delusione sotto ogni punto di vista, a partire dalla sceneggiatura che presenta alcune lacune che non consentono di intrecciare le tre storie trattate.La regia di Matteo Garrone non convince, in quanto salta da una storia all'altra creando molta confusione nello spettatore, in più il ritmo è piuttosto lento e le due ore di durata del film si fanno sentire tutte.La pellicola vanta un cast di grandi nomi come Salma Hayek, Vincent Cassel e Toby Jones tra le star di levatura internazionale e Alba Rohrwacher restando tra gli attori nostrani.Purtroppo questa abbondanza di grandi attori viene sfruttata malamente, con interpretazioni poco convincenti e poco coinvolgenti, quasi come se non volessero allontanarsi dal fare il compitino e basta.Nel film sono presenti anche degli effetti speciali, ma la loro realizzazione risulta poco credibile.L'unica nota lieta del film sono i costumi, di assoluto valore e molto belli.
Consigliato: No, assolutamente da evitare.
venerdì 22 gennaio 2016
Revenant - Redivivo
Alejandro Gonzalez Inarritu è bravo. E Birdman, con i suoi Oscar vinti lo scorso anno, sta lì a certificarlo. Questo però non significa che bisogna poi esagerare ed ostentare apertamente la propria bravura. Revenant - Redivivo è soprattutto questo: un insieme di tecnicismi e stili registici portati quasi al limite dell'esasperazione, dove la trama, tratta dal romanzo omonimo di Michael Punke, perde molto del suo impatto emotivo originale e passa quasi in secondo piano vista la bellezza dei paesaggi, la bravura del regista, le grandi prove degli attori protagonisti, prove più di resistenza e sopravvivenza che attoriali. Perché in fondo, comunque, Revenant resta un bel film, anche se eccessivo.
Hugh Glass è stato un cacciatore di pelli vissuto nelle zone nord degli Stati Uniti a cavallo tra il diciassettesimo ed il diciottesimo secolo: Revenant racconta di come Glass, dopo un brutto scontro con un grizzly che lo riduce in fin di vita, venga tradito orribilmente da uno dei due uomini che si erano offerti di restare ad accudirlo per dargli, infine, una degna sepoltura. Il desiderio di vendetta lo porterà a lottare con la morte e a mettersi a caccia dell'uomo che lo ha tradito.
Girato principalmente nella Columbia Britannica, a Calgary e nella Terra del Fuoco in Argentina, Revenant si avvale del migliore, al momento, direttore della fotografia di Hollywood, Emmanuel Lubezki, anche qui assolutamente strepitoso nel riuscire a rappresentare nel migliore dei modi i paesaggi del Nord Dakota: il film è stato girato interamente con luce naturale e ciò da ancora più risalto alla qualità del lavoro svolto da Lubezki. Anche perché la trama lo mette all'angolo: i dialoghi sono pochi e quindi il lato emozionale di un buon 80% del film è tutto sulle spalle della resa scenica dei paesaggi sconfinati e "immacolati" dei luoghi in cui sono avvenute le riprese; e se Revenant, nonostante i suoi 156 minuti di durata, riesce a non far distogliere lo sguardo dallo schermo allo spettatore il merito è anche e sopratutto di Lubezki.
Che poi, come detto, Inarritu è un grande regista, questo è abbastanza ovvio: stilisticamente parlando il film non fa una piega, con alcune sequenze girate in maniera ottimale.
La trama, invece, qualche difetto ce l'ha: ok è un film, ma è mai possibile che succedano tutte a Glass? E nonostante questa, vogliamo chiamarla, malasorte, riesce comunque sempre a salvarsi? La storia, onestamente, oltre ad essere un po' povera (e molto diversa dal libro), a tratti risulta surreale e questa odissea infinita del trapper rallenta il film.
Trapper che ha volto, anima e fatica, è il caso di dirlo, di Leonardo Di Caprio: che probabilmente vincerà l'Oscar (finalmente?), nonostante quella in Revenant non sia stata la sua migliore prova attoriale e di interpretazione degli ultimi anni; l'Oscar lo ha sempre meritato in passato (senza riceverlo) e onestamente quella nel film di Inarritu è stata più una prova di sopravvivenza che di interpretazione. Ma all'Academy queste cose piacciono, quindi Di Caprio potrebbe finalmente alzare la statuetta (anche se Michael Fassbender in Steve Jobs lo insidia parecchio).
Da segnalare invece la grande prova di Tom Hardy: la sua interpretazione dell'antagonista di Glass, John Fitzgerald, è assolutamente di alto livello (soprattutto nella versione originale).
Resta il fatto che Revenant sia un film da vedere, ma Inarritu deve fare attenzione: a volte esagerare per cercare di dare vita ad un capolavoro può rivelarsi un boomerang. E Revenant non è assolutamente il film dell'anno.
SCENA CULT: l'attacco degli indiani Ree ad inizio film
FRASE CULT: "I ain't afraid to die anymore. I'd done it already."
VOTO FINALE: 7-
giovedì 21 gennaio 2016
The Green Inferno
Titolo Originale: The Green Inferno
Regia: Eli Roth
Attori: Lorenza Izzo, Ariel Levy, Daryl Sabara, Kirby Bliss Blanton, Magda Apanowicz, Sky Ferreira, Aaron Burns, Ignacia Allamand, Richard Burgi
Genere: Avventura, Horror
Paese: Cile, USA
Anno: 2013
Durata: 100 Minuti
Trama: Un gruppo di giovani attivisti si reca nella foresta Amazzonica per fermare il disboscamento.Durante il viaggio di ritorno, si ritrovano nella fitta giungla e vengono catturati da una tribù del luogo con intenzioni non proprio pacifiche.
Giudizio finale: "The Green Inferno" è diretto da Eli Roth, autore anche della storia e della sceneggiatura in collaborazione con Guillermo Amoedo.Purtroppo il risultato finale è molto mediocre, in quanto la storia non riesce a catturare lo spettatore, salvato solo dalla durata non troppo eccessiva della pellicola.Il lavoro alla regia di Eli Roth è come la storia che propone, mediocre; infatti il regista realizza un film con un ritmo piuttosto lento, senza alcuna accelerazione nella storia e senza colpi di scena, che si trascina lentamente fino alla sua conclusione.Non si salvano neanche Lorenza Izzo, Ariel Levy, Daryl Sabara e gli altri attori protagonisti, autori di interpretazioni poco convincenti e con poca presenza scenica.Forse l'unica cosa a salvarsi del film sono gli effetti speciali, che in tutto questa mediocrità risultano realizzati abbastanza bene.
Consigliato: No, assolutamente da evitare.
martedì 19 gennaio 2016
Macbeth
Prendere la tragedia più complessa, fosca e cruenta di William Shakespeare. Farne un adattamento cinematografico, nel 2015, restando completamente fedele alla trama, in tutto e per tutto. Limitarsi, quindi, a svolgere il compitino senza aggiungere niente di innovativo. Questi i pensieri e le azioni di Justin Kurzel, regista australiano alla prima prova da regista di lungometraggio. Il suo Macbeth, presentato a Cannes lo scorso maggio ed uscito nelle sale cinematografiche mondiali nei mesi a cavallo tra il 2015 e il 2016, è probabilmente, dal mio punto di vista, una delle delusioni maggiori del momento.
Non basta avvalersi di un buon direttore della fotografia (Adam Arkapaw) e di due attori fenomenali del calibro di Michael Fassbender e Marion Cotillard per riuscire a sopperire ad uno stile di regia molto compassato e poco innovativo.
Kurzel, con l'aiuto di Arkapaw, è bravo solamente nel rappresentare la storia di Macbeth in tutta la sua cupezza e complessità, base del dramma shakespeariano, ma per il resto non riesce a dare vita ad un lungometraggio che possa rimanere in modo indelebile nella memoria degli spettatori. La nota positiva di Macbeth è che, nonostante venga fatto un lavoro certosino per restare fedele il più possibile al "soggetto" di William Shakespeare (a parte una piccola imprecisione nel finale), la durata del film non raggiunge le due ore di visione e ciò è positivo per attenuare la pesantezza della pellicola.
Macbeth è sorretto da due attori di enorme valore: le interpretazioni di Michael Fassbender e Marion Cotillard sono le uniche note positive del film. Entrambi dimostrano non solo grande affinità interpretativa, ma tirano fuori il meglio dai due personaggi più complessi (e difficili da intepretare) del panorama shakespeariano.
Le aspettative su questa trasposizione cinematografica di Macbeth erano ben diverse: vedendo il film non si capisce in realtà l'utilità di una simile operazione.
SCENA CULT: la battaglia iniziale
DIALOGO CULT:
Macbeth: "If we should fail..."
Lady Macbeth: "We'll not fail."
VOTO FINALE: 5
lunedì 18 gennaio 2016
Una Notte In Giallo
Titolo Originale: Walk Of Shame
Regia: Steven Brill
Attori: Elizabeth Banks, James Marsden, Gillian Jacobs, Sarah Wright, Ethan Suplee, Bill Burr, Ken Davitian, Lawrence Gilliard Jr., Alphonso McAuley, Da'Vone McDonald
Genere: Commedia
Paese: USA
Anno: 2014
Durata: 95 Minuti
Trama: Meghan Miles(Elizabeth Banks) è una conduttrice televisiva che aspira ad un posto in un'altra emittente, ma il suo sogno rischia di infrangersi quando si ritrova a girare di notte per Los Angeles con il solo vestito che indossa e poche ore a disposizione per arrivare a lavoro e far vedere come lavora agli emissari di una grande emittente televisiva.
Giudizio finale: "Una Notte In Giallo" è scritto e diretto da Steven Brill.La storia che propone Steven Brill riesce a fare il suo dovere, ossia intrattenere lo spettatore per l'intera durata del film, anche grazie ad una regia poco invasiva, che lascia ampio spazio alle disavventure del personaggio interpretato da Elizabeth Banks, capace di sorreggere tutta l'impalcatura del film e ad avere una buona sintonia con gli altri attori presenti nella pellicola; sebbene in alcuni momenti la storia sembra un po' troppo portata all'estremo.Si difendono nelle loro interpretazioni James Marsden, Gillian Jacobs e Sarah Wright, mentre il momento clou del film, è qui che si tocca l'apice di comicità, avviene quando Elisabeth Banks incontra i personaggi rispettivamente interpretati da Lawrence Gilliard Jr., Alphonso McAuley e Da'Vone McDonald.
Consigliato: Si può vedere in mancanza di altri titoli tra cui scegliere.
domenica 17 gennaio 2016
Ouija
Titolo Originale: Ouija
Regia: Stiles White
Attori: Olivia Cooke, Ana Coto, Daren Kagasoff, Bianca A. Santos, Douglas Smith, Shelley Henning, Lin Shaye
Genere: Horror
Paese: USA
Anno: 2014
Durata: 89 Minuti
Trama: Un gruppo di amici decide di utilizzare una tavola Ouija per cercare di mettersi in contatto con lo spirito di una loro amica scomparsa da poco; ma non sanno che in realtà li aspetta qualcosa di terrificante.
Giudizio finale: "Ouija" é diretto da Stiles White, autore anche della sceneggiatura in collaborazione con Juliet Snowden.Per Stiles White si tratta dell'esordio alla regia di un film, ma il risultato finale non è molto soddisfacente; infatti il regista non riesce a trasmettere la giusta tensione allo spettatore, che è aiutato solo dalla breve durata della pellicola.Il regista non è aiutato neanche dalla sceneggiatura, scritta in collaborazione con Juliet Snowden, poichè la storia sfrutta un filone del genere horror utilizzato in moltissime occasioni negli ultimi anni e risulta essere poco originale.Sono deludenti anche le interpretazioni di Olivia Cooke, Ana Coto, Daren Kagasoff, Bianca A. Santos e Douglas Smith, protagonisti del film, capaci di non dare la giusta svolta al film, lasciandosi trascinare nella sua mediocrità.Forse l'unica nota meno negativa sono gli effetti speciali visivi, realizzati abbastanza discretamente e abbastanza realistici.
Consigliato: No, film da evitare.
sabato 16 gennaio 2016
Creed - Nato per combattere
"Build you own legacy". Una tagline che rende ben chiaro sin dall'inizio la direzione che Creed, film del 2015 arrivato nelle sale cinematografiche italiane il 14 gennaio (mentre negli Stati Uniti è uscito a novembre), intende prendere: partire dalla saga di Rocky e dare vita ad un nuovo personaggio cinematografico che possa emozionare come "lo stallone italiano" fece 40 anni fa. E finalmente, grazie a questo spin-off, la storia del pugile più famoso di Philadelphia ritorna a brillare. Merito di uno dei talenti più brillanti usciti negli ultimi anni dal cinema indipendente americano: quel Ryan Coogler (già strepitoso regista e sceneggiatore di Prossima fermata Fruitvale Station) che in Creed cura regia e sceneggiatura ed è riuscito a convincere Sylvester Stallone a indossare nuovamente i panni di Rocky Balboa (in maniera eccezionale, ma ne parleremo dopo).
La storia è ambientata dopo Rocky Balboa, sesto film della serie, e segue le vicende di Adonis Johnson, figlio illegittimo di Apollo Creed, nato dopo la morte sul ring di quest'ultimo. Nonostante viva una vita tranquilla, grazie all'educazione della moglie di Apollo ed un lavoro più che soddisfacente, il richiamo della boxe è troppo forte. Lasciato il lavoro, Adonis decide di trasferirsi a Philadelphia per convincere Rocky ad allenarlo e farlo diventare un pugile professionista.
Quello che in reltà sarebbe dovuto essere Rocky V lo è in tutto e per tutto Creed: un seguito, in questo caso uno spin-off, degno erede della saga pugilistica che più ha emozionato il pubblico negli ultimi 40 anni. E se per molti aspetti Creed ricorda da vicino il primo Rocky, resta il fatto che, nonostante fino al quarto episodio la saga sia stata più che accettabile, era proprio dall'episodio iniziale che non si vedeva un film all'altezza.
Il merito principale, come già detto, è di Ryan Coogler: grazie ad una regia sapiente, asciutta e soprattutto eccezionalmente tecnica, riesce a innalzare Creed al livello dei migliori film sulla boxe degli ultimi anni, prende una direzione indipendente dai precedenti capitoli della serie e riesce a mantenerla fino alla fine, riuscendo a tenere lo spettatore sempre incollato allo schermo. Uno spettatore a cui Coogler strizza più di una volta l'occhio con l'inserimento di feticci presi dai precedenti film su Rocky. E quei tre-quattro piano sequenza che Coogler piazza nei momenti e con i tempi giusti dimostrano la bravura di questo regista statunitense, all'altezza anche nelle scene di combattimento sul ring.
Il secondo merito di Coogler è la sceneggiatura: perfetta! Non si può appuntare niente alla storia di Creed, che ricorda in alcuni aspetti e in alcuni toni la trama del primo Rocky ma che ad un certo punto ha la trovata vincente per innalzare il livello del film e prendere una propria direzione.
Perfetta è anche la caratterizzazione dei personaggi, con l'agevolazione delle notevoli interpretazioni dei due protagonisti, Michael B. Jordan e Sylvester Stallone: il binomio ed il feeling sullo schermo tra i due funziona, con il primo (che somiglia parecchio a Carl Weathers, l'attore che interpretò Apollo Creed nei primi 4 film della saga) sempre più lanciato nell'olimpo hollywoodiano, grazie ad interpretazioni solide, come questa di Adonis Johnson Creed, ed un'attenzione ottimale nel far risaltare al meglio i personaggi interpretati; cosa dire di Sylvester Stallone? la vittoria del Golden Globe come migliore attore non protagonista (e la conseguente candidatura all'Oscar) per questa sua ultima interpretazione dello stallone italiano è totalmente meritata, la forza, la convinzione, l'umanizzazione con cui interpreta per l'ennesima volta Rocky Balboa è impressionante e di grande impatto emotivo.
Bravi tutti, non era facile riuscire a far risorgere dalle ceneri la saga di Rocky, e ancor di più dare vita da questi ceneri ad una nuova storia: Creed è come un pugno nello stomaco ben assestato, fa piangere, fa emozionare, fa saltare in piedi sulla poltrona. Considerando che sarebbe dovuto essere un disastro, beh, Creed in realtà riesce a scuotere nel profondo e a far riconciliare i fan con la saga originale.
SCENA CULT: Adonis che boxa con le immagini proiettate del padre
DIALOGO CULT:
Bianca: "So, what are you afraid of?"
Adonis: "I'm afraid of taking on the name and losing."
VOTO FINALE: 7,5
venerdì 15 gennaio 2016
Reversal - La Fuga È Solo L'Inizio
Titolo Originale: Bound To Vengeance
Regia: José Manuel Cravioto
Attori: Tina Ivlev, Richard Tyson, Bianca Malinowski, Stephanie Charles, Dustin Quick, Kristoffer Kjornes
Genere: Horror, Thriller
Paese: USA
Anno: 2015
Durata: 93 Minuti
Trama: Eve(Tina Ivlev), dopo essere stata tenuta prigioniera per lungo tempo, riesce a liberarsi e ad intrappolare il suo aguzzino, con il quale inizierà un viaggio per far scappare altre ragazze sequestrate come lei.
Giudizio finale: "Reversal - La Fuga È Solo L'Inizio" è diretto da José Manuel Cravioto, mentre la sceneggiatura è di Rock Shaink Jr., autore anche della storia in collaborazione con Keith Kjornes.Senza alcun dubbio la storia parte da un punto di vista interessante e discretamente realizzato, anche se si sarebbe potuto fare qualcosina in più per una maggiore riuscita.Per José Manuel Cravioto, dopo diversi corti e documentari, si tratta del primo lungometraggio cinematografico e il regista riesce a difendersi abbastanza bene, riuscendo a mantenere un ritmo abbastanza scorrevole per l'intero film, anche se poco incalzante.Inoltre, José Manuel Cravioto è bravo a intervallare la storia principale con vecchie riprese amatoriali risalenti a prima del rapimento della sua protagonista, che ha il volto di Tina Ivlev, al suo debutto da protagonista in un lungometraggio, dopo aver lavorato in televisione in alcuni episodi di diverse serie tv.Tina Ivlev riesce a dare una discreta caratterizzazione al suo personaggio e riesce a tenere il peso del film in collaborazione di Richard Tyson, il quale però fornisce una prova un po' inferiore rispetto della sua collega.
Consigliato: Si può anche non guardare.
mercoledì 13 gennaio 2016
La grande scommessa
Sul finire del 2006 scoppiò negli Stati Uniti una crisi finanziaria, chiamata "crisi dei subprime" (in parole povere i subprime sono prestiti rischiosi sia per i creditori che per i debitori perché poco "affidabili"), che intaccò non solo l'economia statunitense ma ebbe (e le ha tuttora) gravi conseguenze anche sull'economia mondiale (la crisi greca e quella spagnola, per citare le più in vista, sono diretta conseguenza di questa crisi del 2006). Michael Lewis, saggista e giornalista statunitense, scrisse un libro intitolato "The Big Short: Inside the Doomsday Machine", in cui si raccontava la vera storia di un gruppo di investitori che intuirono cosa stava succedendo sul mercato prima dello scoppio della crisi finanziaria.
Dal libro di Lewis è tratto La grande scommessa, film uscito negli Stati Uniti a fine dicembre ed in Italia lo scorso weekend, in cui si racconta di come tre gruppi di persone, più o meno simultaneamente, vengono a conoscenza del possibile crollo dell'economia americana, riuscendo a ricavarne profitto.
Concepito e realizzato come una commedia, ma in realtà è un film di denuncia vero e proprio (e non fa niente per nasconderlo), La grande scommessa è diretto da Adam McKay (regista, tra gli altri, dei due Anchorman), bravissimo nel riuscire a far rendere al meglio una sceneggiatura si ottima, ma comunque un tantino complicata in molti passaggi. Lo fa grazie ad una tecnica stilistica sopraffina, con un ritmo serrato che non lascia mai respiro allo spettatore e con dialoghi (e caratterizzazione dei personaggi) stellari, mai noiosi e sempre accattivanti. Ed in più McKay riesce anche a dare risalto ad una tecnica cinematografica che a volte potrebbe mettere a disagio chi sta vedendo il film, ma ne La grande scommessa risulta azzeccatissima e sorprendentemente efficace: lo sguardo in camera dei protagonisti, quasi a raccontare in prima persona al pubblico cosa stava succedendo in quei frangenti.
La storia è gradevole e scorre abbastanza bene e anche i dialoghi un po' più complicati, cioè quelli che si soffermano maggiormente sui termini tecnici, risultano totalmente comprensibili allo spettatore, grazie anche ad un'altra fenomenale intuizione: lasciare intervenire, per spiegare alcuni tecnicismi al pubblico, personaggi famosi (Selena Gomez, Margot Robbie, Anthony Bourdain e Richard Thaler), con siparietti divertenti e gradevoli.
La grande scommessa si basa comunque anche, e soprattutto, su un cast a dir poco di alto livello: Christian Bale, Steve Carrell, Ryan Gosling, Brad Pitt, sono le punte di diamante di un gruppo di attori assolutamente centrati nelle loro parti; e Bale e Carrell sono superlativi nelle loro interpretazioni di, rispettivamente, Michael Burry e Mark Baum.
Che dire, La grande scommessa è un film da vedere, non è una lezione di economia, ma uno sguardo spietato sugli imbrogli aziendali e le loro conseguenze. Se Margin call resta il miglior film sulla crisi economica degli ultimi anni, La grande scommessa educa altrettanto bene, riuscendo a strappare qualche sorriso (anche se beffardo).
SCENA CULT: le spiegazioni dei personaggi famosi
DIALOGO CULT:
Danny Moses: "You're completely sure of the math?"
Jared Vennett: "Look at him, that's my quant."
Mark Baum: "Your what?"
Jared Vennett: "My quantitative. My math specialist. Look at him, you notice anything different about him? Look at his face."
Mark Baum: "That's pretty racist."
Jared Vennett: "Look at his eyes, I'll give you a hint, his name is Yang. He won a national math competition in China. He doesn't even speak English! Yeah I'm sure of the math."
VOTO FINALE: 7+
martedì 12 gennaio 2016
The Vatican Tapes
Titolo Originale: The Vatican Tapes
Regia: Mark Neveldine
Attori: Olivia Taylor Dudley, Kathleen Robertson, Michael Peña, Djimon Hounsou, Dougray Scott, John Patrick Amedori, Peter Andersson
Genere: Horror, Thriller
Paese: USA
Anno: 2015
Durata: 91 Minuti
Trama: Per salvare lo spirito di una ragazza posseduta da un antico demone, un prete fa ricorso ad un esorcista del Vaticano.
Giudizio finale: "The Vatican Tapes" è diretto da Mark Neveldine ed è ispirato alla storia creata da Chris Morgan e Christopher Borrelli, con quest'ultimo autore della sceneggiatura del film.Per quanto riguarda la sceneggiatura c'è poco da dire, in quanto è un insieme di cose viste e riviste negli ultimi anni, senza un minimo di spunto originale; mentre la regia di Mark Neveldine non è all'altezza della situazione, non riuscendo a creare momenti di vera tensione come richiederebbe un film di questo tipo.Ma gli attori non fanno certamente di meglio; infatti Olivia Taylor Dudley, Michael Peña, Dougray Scott e John Patrick Amedori, protagonisti del film, non riescono a dare una caratterizzazione forte ai propri personaggi, finendo per risultare poco credibili con un'interpretazione un po' forzata.
Consigliato: No, film da evitare.
lunedì 11 gennaio 2016
Il ponte delle spie
3 anni dopo Lincoln, Steven Spielberg torna dietro la macchina da presa e lo fa in maniera strabiliante. Il suo Il ponte delle spie, passato un po' in sordina a causa dell'uscita quasi contemporanea del settimo capitolo della saga di Star Wars, è uno dei migliori prodotti del 2015, sotto tutti i punti di vista, dalla sceneggiatura curata dai fratelli Coen, all'interpretazione di un cast di assoluto livello, alla regia dello stesso Spielberg: la corsa alla statuetta più ambita è lanciata.
Tratto dalla vera storia della "Crisi degli U-2" avvenuta nel 1960, in piena guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, Il ponte delle spie ha come protagonista principale l'avvocato newyorkese James Donovan che, accettando la difesa di un uomo accusato di essere una spia russa, si ritrova al centro delle contrattazioni tra le due super potenze mondiali del momento e giocherà un ruolo fondamentale per garantire l'equilibrio mondiale.
Basta poco per rendere al meglio, cinematograficamente parlando, una storia (vera) già più che interessante in partenza: a Spielberg è bastato avvalersi dell'aiuto dei fratelli Coen in fase di stesura della sceneggiatura, di un direttore della fotografia del calibro di Janusz Kaminski (che lavora con il regista dai tempi di Schindler's List) e della bravura di Tom Hanks e di un supporting cast totalmente all'altezza.
La regia di Spielberg è asciutta e molto decisa, con stacchi e attenzione ai dettagli che suscitano maree di sensazioni per lo spettatore, tenuto vivo in ogni singolo secondo de Il ponte delle spie da un ritmo molto alto, con poche pause; il film, grazie ad una sceneggiatura azzeccatissima cattura sin dal primo instante e tiene incollati allo schermo nonostante una durata (141 minuti) che potrebbe sembrare eccessiva ma che in realtà non pesa assolutamente. I Coen, e anche Spielberg, compiono un autentico capolavoro nella caratterizzazione dei personaggi: magari aiutati, come detto, da un Tom Hanks in stato di grazia e anche da uno strepitoso Mark Rylance, i protagonisti della vicenda risaltano in maniera sorprendente e ci vengono presentati nella loro interezza, dando modo allo spettatore di capire il perché, in ogni singola scena del film, vengano compiute determinate scelte.
Il ponte delle spie è un film da vedere e, nonostante sia quello meno pubblicizzato al momento, si attesta tra i 10 migliori film del 2015.
SCENA CULT: l'arrivo di James Donovan a Berlino, in piena guerra fredda e con il muro in costruzione
FRASE CULT: "My name is Donovan, Irish, on both sides of father and mother. I am Irish, you are German. But what makes us Americans? Just one thing, a one, a... The rulebook. We call it the Constitution and agree to the rules, and that's what makes us Americans. It is everything that makes us Americans."
VOTO FINALE: 7,5
domenica 10 gennaio 2016
Carol
Titolo Originale: Carol
Regia: Todd Haynes
Attori: Cate Blanchett, Rooney Mara, Kyle Chandler, Jake Lacy, Sarah Paulson, John Magaro, Cory Michael Smith, Kevin Crowley, Carrie Brownstein
Genere: Drammatico. Sentimentale
Paese: Regno Unito, USA
Anno: 2015
Durata: 118 Minuti
Trama: Nella New York degli anni cinquanta, una giovane aspirante fotografa(Rooney Mara) intesse una relazione con un'affascinante donna(Cate Blanchett).
Giudizio finale: "Carol", basato sul romanzo The Price Of Salt di Patricia Highsmith, è diretto da Todd Haynes e scritto da Phyllis Nagy.Purtroppo l'esordio cinematografico di Phyllis Nagy è piuttosto deludente, in quanto la storia ha poco mordente e un po' confusionaria, non riuscendo ad essere totalmente chiara per lo spettatore.Per quanto riguarda la regia, Todd Haynes si limita a fare il compitino, ma è aiutato dalle sue due attrici protagoniste e da una buona colonna sonora, capace di enfatizzare l'intero film.Cate Blanchett e Rooney Mara sono le protagoniste indiscusse della pellicola, autrici di ottime interpretazioni individuali capaci di sorreggere l'intero peso del film con i loro personaggi, dimostrando anche una grande affinità scenica.Protagonista maschile, con un ruolo di contorno, del film è Kyle Chandler, che fa il suo dovere ma non riesce ad essere incisivo e all'altezza delle sue due colleghe.
Consigliato: Si può anche non guardare.
sabato 9 gennaio 2016
Star Wars: Il risveglio della forza
Il momento che i fan di Star Wars di tutto il mondo (numero tendente al miliardo) stavano aspettando, è finalmente arrivato. 32 anni dopo Il ritorno dello Jedi, la saga cinematografica più famosa della storia ha finalmente un seguito, anzi ha una nuova trilogia. La "Trilogia originale" (Una nuova speranza, L'impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi, film usciti al cinema tra il 1977 e il 1983), segnò in positivo un'epoca, così come la "Trilogia prequel" (La minaccia fantasma, L'attacco dei cloni e La vendetta dei Sith, usciti al cinema tra il 1999 e il 2005) la segnò in negativo. Il risveglio della forza è il primo capitolo di una nuova trilogia, denominata "Trilogia sequel", annunciata nel 2012 dopo l'acquisizione della LucasFilm da parte della Walt Disney: e se questo film, scritto, diretto e prodotto da J.J.Abrams, uscito a dicembre negli Stati Uniti e in Italia e annunciato in pompa magna da almeno un anno, doveva rilanciare il franchise e coinvolgere al meglio le nuove generazioni (e richiamare le vecchie) nell'universo di Star Wars, la missione è compiuta alla perfezione.
Il risveglio della forza è ambientato trent'anni dopo la distruzione della Morte Nera. Luke Skywalker è scomparso e una nuova minaccia, il Primo Ordine, nato dalle ceneri dell'Impero Galattico, sta cercando di mettere a soqquadro l'intera galassia. La resistenza, forza militare repubblicana comandata dal generale Leia, sta perlustrando la galassia nel tentativo di ritrovare Luke. Entrambe le due forze in gioco sono alla ricerca di una mappa che dovrebbe condurre all'ultimo degli Jedi.
Come detto, Star Wars: Il risveglio della forza è l'inizio perfetto di una nuova trilogia, film-ponte eccellente per prendere per mano gli spettatori e condurli in nuove vicende, in nuove storie, che hanno punti di contatto con la trilogia originale ma che comunque cercano di ritagliarsi un loro spazio nel mondo, in questo caso nell'universo.
Tutto ciò è orchestrato in modo altrettanto perfetto da J.J.Abrams, uno dei migliori "tuttofare" dello star system americano degli ultimi 20 anni: ci voleva proprio lui per poter passare oltre la "Trilogia prequel", probabilmente una delle peggiori operazioni nella storia del cinema, e svoltare verso questa nuova trilogia che promette di ripetere i fasti dei tre film degli anni settanta-ottanta. La sceneggiatura, scritta da Abrams insieme a Lawrence Kasdan e Michael Arndt, lascia ben pochi buchi nella storia (e di quei pochi si ha la sensazione che verranno riempiti nei capitoli successivi), si mantiene (secondo me in modo più che giusto) sui binari del primo film di Star Wars, Una nuova speranza, e incastra in modo perfetto i "vecchi personaggi" della storia con i nuovi. Personaggi, quelli nuovi, azzeccatissimi in entrambi i fronti (bene e male): la punta di diamante è Kylo Ren, odioso con la maschera e ancor di più senza.
Parlando di personaggi, bisogna certamente fare un elogio al cast: dai vecchi ai nuovi (da tener d'occhio assolutamente Daisy Ridley), tutti incisivi e molto realistici nelle loro interpretazioni; e poi vedere gli attori della trilogia originale indossare nuovamente i panni che li hanno resi famosi in tutto il mondo è un qualcosa di unico e abbastanza epico.
Il film scorre senza inciampi, grazie ad una regia asciutta e che comunque strizza più di una volta l'occhio ai fan storici dell'universo di Star Wars; l'aiuto maggiore viene anche dalla fotografia e dalla colonna sonora, quest'ultima con molti richiami e molti punti di contatto con la trilogia originale. In sostanza l'ottima regia e la buonissima colonna sonora danno vita ad un montaggio sonoro che probabilmente andrà a prendersi la statuetta alla prossima cerimonia degli Oscar, statuetta abbastanza scontata per i costumi e per gli effetti visivi.
L'emozione che si prova, da fan della serie originale, a vedere questo nuovo capitolo di Star Wars è difficile da descrivere, soprattutto nel vedere i vecchi protagonisti delle vicende (invecchiati anche loro) di nuovo al centro della storia. Se gli altri due capitoli, che usciranno rispettivamente nel 2017 e nel 2019, si manterranno su questi binari, ci troveremmo di fronte ad una nuova pietra miliare della storia del cinema.
SCENA CULT: la fuga di Rey e Finn a bordo del Millennium Falcon
FRASE CULT: "The Force, it's calling to you. Just let it in."
VOTO FINALE: 8
giovedì 7 gennaio 2016
Lo stagista inaspettato
Non si è mai troppo vecchi. Neanche per fare lo stagista di una rampante donna in carriera. Su questo ruota Lo stagista inaspettato, film del 2015 uscito nelle sale cinematografiche italiane lo scorso ottobre, scritto, diretto e prodotto da Nancy Meyers (What women want e L'amore non va in vacanza tra i suoi film di punta) e con protagonisti Robert De Niro e Anne Hathaway.
Il primo interpreta Ben, settantenne annoiato dalla sua vita da pensionato che un bel giorno decide di rispondere ad un annuncio di un'azienda, alla ricerca di stagisti senior per un insolito programma. Si ritrova così come assistente di Jules (interpretata dalla Hathaway), fondatrice dell'azienda About The Fit. Dopo un'iniziale diffidenza da parte di Jules, tra i due nasce una sintonia ed un'amicizia inaspettata.
Nonostante la Meyers sia specializzata in commedie romantiche, Lo stagista inaspettato purtroppo non mantiene le buone premesse, per colpa soprattutto di una trama che dopo un inizio un po' lento riesce a decollare ma che si perde fragorosamente e bruscamente nel finale, abbastanza moscio e poco incisivo. Il film, in quanto commedia, è leggero e scorre agevolmente, grazie a delle buone gag e soprattutto ad un'alchimia strepitosa tra i due protagonisti: Robert De Niro si conferma ormai perfetto anche in ruoli più leggeri e da commedia e il feeling con la Hathaway, ormai una garanzia su tutti i fronti, innalza notevolmente il livello della pellicola e consente l'immedesimazione dello spettatore.
Purtroppo Lo stagista inaspettato è tutto qui: troppo poco per riuscire a far breccia nel cuore e nelle teste delle persone. La Meyers può e deve fare meglio.
SCENA CULT: il tentativo di recuperare una mail inviata per sbaglio da Jules
DIALOGO CULT:
Ben: "You're never wrong for doing the right thing."
Jules: "That's great. Who said that?"
Ben: "I did. But I'm sure Mark Twain said it before that."
Jules: "That's great. Who said that?"
Ben: "I did. But I'm sure Mark Twain said it before that."
VOTO FINALE: 5,5
mercoledì 6 gennaio 2016
Quo vado?
È difficile spiegare il "fenomeno Zalone" nella sua totalità, come possa riuscire ogni volta, con ogni suo film, a sbancare il botteghino. Sicuramente la sua genuinità, aggiunta alla sua genialità, nel raccontare nel modo giusto (e leggero) la situazione italiana attuale è un suo punto di forza, unita ad una capacità sopraffina nel riuscire a far ridere (o sorridere) lo spettatore senza ricorrere ad espedienti volgari e privi di senso, tipici dei cinepanettoni italiani. Anche Quo vado?, film uscito nelle sale cinematografiche lo scorso 1 gennaio, non si distanzia dalle "linee guida" dei film precedenti del comico barese e come con Sole a catinelle riesce a sbaragliare tutta la concorrenza cinematografica del momento e ad attestarsi su record di incassi mai visti prima.
La storia è quella di Checco, ragazzo cresciuto con il mito del posto fisso e che una volta raggiunto pensa di aver ormai realizzato ogni suo sogno. Ma alcune riforme politiche, tra cui quella sull'abolizione delle province, lo colgono impreparato: pur di non mollare il suo posto accetta le ripicche della dirigente Sironi che, pur di liberarsene, lo spedisce nei posti più disagiati. In uno di questi incontra la ricercatrice Valeria e, scoccato l'amore, la sua vita piano piano cambierà.
Miglior incasso nella giornata d'esordio al cinema, miglior primo weekend di sempre, 31 milioni di euro incassati nei primi 5 giorni di programmazione: tutto questo è Quo vado?, tutto questo è Checco Zalone. Uno Zalone che ha molti pregi: oltre all'essere un bravo sceneggiatore, punta tutto su una comicità a volte surreale ma assolutamente poco volgare, che riesce a mettere d'accordo grandi e piccini e ad impattare una vasta gamma di spettatori; e poi i suoi film hanno una durata media giusta e anche Quo vado?, con i suoi 85 minuti di durata, resta accessibile a chiunque e evita di tirare troppo per le lunghe una storia comunque leggera e divertente.
Come detto, il film è molto leggero ma mai banale o completamente disconnesso dalla realtà. La differenza sostanziale di Quo vado? con i precedenti film di Zalone (in particolare con gli ultimi due) è che, però, diverte meno, anche rispetto alle aspettative: se in "Che bella giornata" e "Sole a catinelle" si rideva di gusto per quasi tutta la totalità della pellicola, in Quo vado? si sorride, ovvio, ma non si arriva mai alla scena "epica" che faccia sperticare dalle risate lo spettatore.
Comunque va bene così, il film è vedibile e merita un voto più che sufficiente, anche perché, grazie ad una piccola evoluzione rispetto al passato del personaggio interpretato, Zalone dimostra di voler crescere, sia come sceneggiatore che come attore.
VOTO FINALE: 6+
lunedì 4 gennaio 2016
Top & Flop 2015
L'inizio del nuovo anno è il momento ideale per fare un bilancio su quello appena passato.Nello specifico, noi de "L'Acchiappa Film" vogliamo fare un riassunto dell'anno cinematografico che si è concluso da pochi giorni con due piccole classifiche, dove elencheremo i film che più ci sono piaciuti e quelli che, al contrario, non ci hanno soddisfatto.
Di seguito elencheremo una nostra personale top & flop ten, rigorosamente in ordine alfabetico, ricavata dalle nostre recensioni dei film giunti nelle sale cinematografiche italiane nel corso del 2015.
TOP 10
2) Birdman
3) Everest
5) Inside Out
8) Southpaw
10) Whiplash
FLOP 10
1) Babadook
9) The Gunman
mercoledì 23 dicembre 2015
We Are Your Friends
Poteva essere un film da ricordare. Resta invece un film che non riesce ad emergere dal gruppo.
We Are Your Friends è stato distribuito negli Stati Uniti lo scorso agosto (in Italia un mese dopo) ed è diretto da Max Joseph; concepito come racconto di formazione con chiare matrici musicali, il film vede Zac Efron nei panni del giovane aspirante dj Cole Carter, diviso tra i lavoretti saltuari insieme agli amici nella San Fernando Valley e il tentativo si sfondare come dj di fama mondiale. L'incontro col famoso dj James Reed, che lo prende sotto la sua ala protettiva, e la sua fidanzata Sophie danno una scossa alla sua vita.
Tante buone idee che però si perdono sul più bello: We Are Your Friends non adempie del tutto al proprio compito, risultando un ulteriore film "generazionale" che non riesce a discostarsi dalla solita trama trita e ritrita di tutte le pellicole che tentano di raccontare ascesa, discesa e rivincita di un ragazzo (o ragazza) alle prese con il desiderio di realizzare i propri sogni. La storia, pur non essendo mai realmente noiosa, risulta abbastanza scontata, dando l'impressione allo spettatore di trovarsi davanti ad un qualcosa di già visto; la regia di Joseph si limita a seguire i dettami della sceneggiatura, riuscendo solo in un'occasione a risultare brillante e innovativa. A risaltare di We Are Your Friends è sicuramente la colonna sonora, intergrazione mai banale alle vicende di Cole e del suo gruppo di amici.
Il cast è di livello per un film del genere, sufficiente nella caratterizzazione dei personaggi: tra gli altri, Zac Efron non stecca ma sicuramente si limita solo a svolgere il suo compitino, senza infamia e senza slanci apocalittici; Wes Bentley si dimostra, come sempre, molto incisivo a livello d'interpretazione, anche se, a tratti, il suo personaggio non viene indagato a fondo; a steccare un po' è sicuramente Emily Ratajkowski, curve mozzafiato ma recitazione sicuramente da rivedere.
We Are Your Friends non è sicuramente un film da bocciare, si è visto di molto peggio; chiaro è che non lascia particolari insegnamenti o riflessioni allo spettatore e, soprattutto, non riesce a sorprenderlo.
SCENA CULT: la prima festa di Cole insieme a James
VOTO FINALE: 6-
domenica 20 dicembre 2015
The Ridiculous 6
Non ci sono solo serie tv su Netflix. In misura maggiore oltreoceano, ma comunque anche in Italia, il cataologo on line della piattaforma on demand prevede anche documentari e soprattutto film, prodotti o meno internamente. Uno di questi è The Ridiculous 6, un western demenziale prodotto dalla Happy Madison Production (casa di produzione dell’attore Adam Sandler), rilasciato su Netflix (in tutto il mondo) lo scorso 11 dicembre e che annovera nel cast, oltre a Sandler, attori del calibro di Terry Crews, Jorge Garcia, Taylor Lautner, Rob Schneider e Luke Wilson, con vari cameo interessanti ed importanti.
Il film è incentrato, inizialmente, sulla figura di Coltello Bianco (White Knife nella versione originale), orfano cresciuto da una tribù indiana. Per cercare di salvare il suo vero padre, il famigerato fuorilegge Frank Stockburn, il quale si ritrova minacciato di morte da un tale Cicero, intraprende un viaggio nell'America di fine ottocento: lungo il viaggio scopre di avere anche cinque fratellastri i quali decidono di unirsi a lui per questa missione.
L'idea alla base di The Ridiculous 6 è bella ed intrigante e lo sviluppo a livello registico ed estetico è assolutamente di livello; quello che convince poco, però, è lo sviluppo della trama, perfettamente integrata nel genere "demenziale" ma poco incisiva a livello qualitativo e carente sotto l'aspetto "commedia". Ma andiamo con ordine.
The Ridiculous 6, come tutti i prodotti Netflix, è girato in maniera ottimale e può avvalersi di una fotografia di altissimo livello: merito del regista Frank Coraci, bravo a prendere in giro tutte le convenzioni del western e a girare quasi tutte le scene in maniera ottimale, e del direttore della fotografia Dean Semler (premio Oscar nel 1991 per Balla coi lupi), favoloso nel ricreare perfettamente l'atmosfera dei film western del passato.
Come detto, a non convincere di The Ridiculous 6 è lo sviluppo di una trama che in realtà sarebbe accattivante ma che purtoppo, però, ha ben pochi acuti comici nel suo svolgimento: poche sono le gag realmente da ricordare e la storia viene tirata in po' troppo per le lunghe, annoiando lo spettatore in più di un'occasione. E questo per un film demenziale il cui unico intento è quello di far ridere è una cosa totalmente negativa.
Tutto ciò anche a causa degli attori principali, tutti al di sotto della sufficienza, in primis Adam Sandler, poco credibile e assolutamente impalpabile per quasi tutta la durata del film: considerando che The Ridiculous 6 è una sua creatura, la cosa è completamente inaccettabile. A salvarsi, dei sei protagonisti, è sicuramente Taylor Lautner, perfettamente calato nella parte del fratello demenziale (e non tanto intelligente) di Coltello Bianco.
The Ridiculous 6 rimane quindi un film facilmente dimenticabile: d'altronde non riesce ad adempiere al compito principale assegnatogli e cioè quello di divertire e di far sorridere il pubblico, dimostrandosi così riuscito quasi unicamente a livello propriamente formale.
SCENA CULT: il torneo di poker
DIALOGO CULT:
Lil Pete: "Hey friend, need any help gettin' her out?"
Ramon: "She's not really stuck amigo, she's a diversion."Lil Pete: "She's a virgin? I'm a virgin, too...unless you count canty-loupes."
VOTO FINALE: 5
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